La nascita di Giovanni Lamanna – 1. Oz

La nascita di Giovanni Lamanna – 1. Oz

Capitolo 1 – LA GENESI
(inizio del viaggio: fare i bagagli)
di Fiorenzo De Vita

Il bosco è magnifico, profondo all’imbrunire.
Ma io ho promesse da mantenere e miglia da percorrere,
prima di dormire.

1.
Oz

“Andiamo”, disse.
Da lontano, disegnando un vialetto tutto suo in quell’incedere scomposto, senza ritmo, a petto in fuori e naso al cielo, venne verso di me con qualcosa in mano che custodiva come una reliquia e con qualcosa sulle labbra che pareva un sorriso. S’avvicinò e l’incedere scomposto non era affatto scomposto, ma era una danza ritmata di un qualche suono del mondo che gli scorreva tutto nel corpo. Un suono distorto doveva essere, un trillo del diavolo, un rantolo di tamburi ubriachi, uno strillare di scimmie senza voce, un grattare di unghie sul vetro, un chiacchiericcio sottomarino.
Si fermò davanti a me e il sorriso non era affatto un sorriso ma il ghigno ammiccante che pregustava ciò che sarebbe accaduto; era quella la musica che lo possedeva tutto: il fruscio di fondo di un’orchestra che accorda gli strumenti. E lui sapeva di essere il direttore d’orchestra. E i musicisti. E il compositore della melodia. E la melodia stessa. E l’intero mondo che faceva quel suono in cui s’ascoltavano gli echi di ciò che era stato e i presagi di ciò che non era ancora.
Dietro i suoi occhi spessi, occhi di gomma dipinti, era il solo a vedere ciò che poi tutti avremmo visto, e lui lo sapeva e gongolava per questo. Cose nei suoi occhi che fluivano gonfiandosi come l’alta marea che vuole straripare nel mondo e portarsi via tutto. Tutto il silenzio rumoroso e arrogante di un tempo che non sapeva più cosa dire e a cui non sapevamo più cosa rispondere.
Mi consegnò la sua reliquia, una videocamera compatta che non ci avrebbe dato molto di più che delle immagini amatoriali a bassa definizione. Ma tanto sarebbe bastato. Ancora un momento m’invitò con gli occhi ad ascoltare. Io ero curioso e mi fidai. Ognuno di quelli che sarebbe salito in quell’auto, quella fredda mattina di settembre, credo sentisse bene il silenzio intorno. “Andiamo”, disse.

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