L’ingannevole, e forse insensato, conforto dell’intelligenza che non serve a nulla

Tramonto a Verona su faccia stanca. Sono di ritorno dal Trentino, dove il mondo è avanti a noi di almeno 50 anni in termini di senso civico, pubblica amministrazione, qualità del lavoro, università, imprenditoria e dunque progresso in generale.

All’università di Trento, il 50% dei ricercatori è straniero e proviene dalle migliori università del mondo, dunque tutti i corsi sono in inglese. I dipartimenti di ricerca si sostengono anche dal punto di vista economico (41 milioni di euro di entrate dal 2008) sviluppando progetti per l’Europa e grandi aziende tecnologiche come Boeing e IBM, e quando diventano spinoff o startup vengono finanziati a fondo perduto. La Provincia di Trento investe ogni anno il 2% per l’innovazione in IT, green-tech e materiali innovativi come quelli ricavati dalla tela del ragno e dalle zampe del geco.

Nel frattempo, a Napoli fanno le petizioni per far pulire le aule almeno una volta al mese, e quando ci riescono gli inservienti si scocciano, quindi lasciano le chiavi dello sgabuzzino agli studenti che se vogliono prendono la scopa e puliscono da soli. Per il 2025 si prevede anche il Wifi, ma è possibile che l’installazione subisca dei ritardi dovuti al furto delle antenne.

Fuori dagli atenei, nella città che mi ha ospitato per dieci anni, la pulizia quotidiana delle strade si chiama “intervento igienico straordinario” e viene eseguita una volta ogni trimestre, annunciata nei giorni precedenti da auto che girano nel quartiere coi megafoni a palla manco fosse il vaccino per l’ebola. Nel resto dell’anno, invece di licenziare in tronco chi è pagato per pulire o supervisionare e non lo fa, il Comune e altri enti vari spendono il doppio per fare le pubblicità progresso in metropolitana e le marchette sui giornali, mostrando i negozianti orgogliosi che si puliscono il marciapiede davanti alla propria vetrina. Perché “Napule è a città nostra, a città d’o sole e d’o mare e ce vulimm tutti bene“.

La domanda non è se partire per assecondare l’ambizione o restare (e fallire) nella mia terra con la speranza di cambiare le cose, quando chi ci vive non vuole affatto che le cose cambino. Le origini che tanto decantiamo e difendiamo a spada tratta nel mondo ci rifiutano, combattono il nostro bisogno di progresso, rimpiangono il passato. La domanda è: la mia terra merita che io resti?

Prendo allora in prestito le parole di Natalia Ginzburg e confermo che Napoli è una città dove tutto funziona male, come si sa. È una città dove regna il disordine, la superficialità, l’incompetenza, la confusione, l’inciviltà. E tuttavia, per le strade, la creatività esplode in ogni cosa e si sente circolare l’intelligenza, come un vivido sangue. È un’intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione o attività che possa migliorare di un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d’un ingannevole, e forse insensato, conforto.