Non conosco il suo nome però, quando si è fermato ad un metro da me per sorridermi senza motivo, immobile e con entrambe le braccia stese lungo i fianchi, ho capito che avrebbe potuto contare su di me.
Credo che abbia più o meno 40 anni, portati male. Un metro e sessanta, capelli neri e lunghi baffi, camicia hawaiana e un passaporto indecifrabile tra le mani, blu con scritte dorate in bassorilievo. Dall’aspetto e dal colore della sua carnagione ho immaginato che fosse pakistano fino a quando, indicandosi il petto con una mano, non ha cominciato a dirmi “Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India” ripetendolo per questo esatto numero di volte.
Così, dopo aver tentato invano di parlare, è rimasto in piedi di fianco a me con le mani unite, senza dire una parola. E siamo stati lì almeno 15 minuti: io fermo per i fatti miei e lui ad un metro, leggermente più indietro, a guardarmi e guardarsi intorno sorridendomi solo quando mi voltavo verso di lui. Non appena ho raccolto lo zaino per avviarmi sul treno, lui si è precipitato a prendere la sua valigia e poi, con passo svelto, mi ha raggiunto e si è messo a camminare al mio fianco. Arrivati in carrozza, sono scalato di qualche posto per arrivare al finestrino e gli ho fatto segno di via libera, lasciandogli intendere che poteva venirsi a sedere senza timore di disturbarmi.
Piedi stretti, schiena dritta e mani sulle gambe. Di tanto in tanto gli lanciavo un’occhiata ma mi scappava da ridere senza motivo. Lui invece un motivo per sorridere ce l’aveva e stava lì ad osservarsi intorno a 360°, scrutando da entrambi i lati, poi a terra e infine al soffitto. E continuava a sorridere emozionato, oscillando un pò la testa come un bambino in viaggio verso Disneyland o come me quando atterrerò al LAX.
Entrambi aspettavamo l’occasione giusta per iniziare a parlare ma, appena pronunciata la prima frase, ho capito immediatamente che non conosceva neanche una parola di italiano nè di inglese. E ovviamente lui ha iniziato a discutere nella sua lingua madre come se fossimo stati davanti ad un bar e soprattutto come se io avessi avuto almeno una vaga idea di che lingua stesse parlando. In un modo o nell’altro è riuscito a farmi capire la sua destinazione, così mi ha chiesto di avvertirlo quando sarebbe dovuto scendere. Gli ho risposto di non preoccuparsi, che me ne sarei occupato io. Poi è riuscito a dirmi che il suo cellulare era quasi scarico: dopo qualche minuto infatti, ha tirato fuori una penna e ha cominciato a scriversi alcuni numeri sulle mani, in modo da poterli chiamare anche se il telefono si fosse spento.
Gli ho fatto segno di fermarsi un secondo, ho aperto lo zaino e lui ha allungato la testa, curiosissimo di vedere cosa stessi per tirare fuori. Così ho strappato e gli ho regalato una pagina del mio libro di Tecniche di Simulazione di Volo, facendogli capire che poteva usare quella al posto delle mani per appuntarsi i numeri. Quando gli ho detto che sarebbe dovuto scendere, lui ha preso tutti i suoi bagagli e poi è rimasto lì a ringraziarmi fino a qualche secondo prima che le porte si richiudessero. Ripetendo qualcosa di indecifrabile seguita da Thank you, mi ha così insegnato che nella sua lingua Grazie si dice धन्यवाद.
Io invece non posso che sperare che all’esame di giovedì non mi venga chiesto proprio qualcosa scritto in quella pagina, che poi erano due facciate sulla parametrizzazione basata sui quaternioni di rotazione finita.
#Soundtrack:Five Blind Boys Of Mississippi – Let’s have church (Presente in fondo al post / Da ascoltare durante la lettura)
“Dunque, questo è quello che credo:
Non ci sono armi buone, non ci sono armi cattive.
Un’arma nelle mani di un uomo cattivo è una cosa cattiva,
qualsiasi arma nelle mani di un uomo buono
non è una minaccia per nessuno
…tranne che per le persone cattive.”
(Charlton Heston)
Ripensando alle varie classifiche in cui solitamente infilo i personaggi che mi capitano a tiro, non potrei mai dimenticarmi di Charlton Heston. Basta leggere le sue parole riportate qui sopra per dedurre come questo pistolero di provincia sia entrato tra i primi in classifica in “Esseri umani primitivi vissuti (e fortunatamente morti) su questo pianeta“.
Quando anche Borghy farà la miglior azione di tutta la sua esistenza, ovvero morire, tra i due ci sarà sicuramente un acceso duello a colpi di moschetto e revolver per contendersi il titolo, anche se purtroppo nessuno dei due potrà morire di nuovo; tuttavia, fino ad allora, Charlton resterà lì spaparanzato ad usare i proiettili di un M5 come supposte.
Se questo leghista a stelle e strisce (leghista inteso come termine offensivo, non nel suo significato letterale) fosse stato ancora vivo e io avessi malauguratamente avuto l’occasione di parlargli senza poter utilizzare un bisturi e dei sacchi di plastica nera, non mi sarebbe rimasto che chiedergli:
Chi è un uomo buono e chi è un uomo cattivo?
Chi stabilisce se un uomo è buono o cattivo?
In base a quali criteri?
Immaginate se un giorno ad un tizio venisse in mente di distinguere le persone in buone e cattive: i buoni sarebbero autorizzati a possedere una pistola mentre i cattivi verrebbero necessariamente discriminati. Ma se un uomo non può avere una pistola perchè è cattivo, per quale motivo dovrebbe poter guidare un’auto col rischio che investa uno dei buoni? Al supermercato i buoni hanno ovviamente la precedenza e i cattivi possono comprare il pane solo se nessun buono ne ha bisogno. Ai cattivi è vietato viaggiare in aereo per evitare il rischio di attentati, se proprio devono spostarsi possono farlo solo tramite l’agenzia “Trasporto persone cattive“, in pratica manette ai polsi in un furgone blindato.
Una persona buona non può fare un figlio con una persona cattiva. Possono sposarsi ma non avere rapporti sessuali, altrimenti c’è il rischio che nasca un bambino per metà cattivo. Le persone buone possono fare l’amore solo con altre persone buone, ai cattivi è invece vietato accoppiarsi anche tra loro, perchè nascerebbero bambini cattivissimi.
Se un cattivo fa una cosa cattiva, un buono può sparargli e ucciderlo. Se il cattivo non fa nulla l’altro può ammazzarlo lo stesso, perchè un buono uccide i cattivi per definizione. Ma uccidere un altro essere umano, buono o cattivo che sia, non è una buona azione, quindi quella persona diventerà automaticamente uno dei cattivi e gli verrà tolta la sua pistola.
Di conseguenza tutti i buoni si sentiranno in dovere di sparare ai cattivi, perdendo così la loro pistola e passando dalla parte dei bersagli. Quando l’ultimo rimasto avrà sparato ad un cattivo, lui stesso si renderà conto di aver compiuto una cattiva azione e sarà talmente buono da togliersi la pistola da solo.
Facendo un riepilogo, i buoni non esisteranno più mentre i cattivi non avranno pistole. Un cattivo però, che abbia o meno delle armi, è malvagio nella sua indole e vorrà comunque uccidere tutti gli altri senza distinzioni. Tutti i cattivi inizieranno ad uccidersi tra loro a mani nude: alcuni preferiscono il duello uno contro uno, altri si organizzano in gruppi per uccidere gli altri gruppi. Sterminati i gruppi rivali, ogni gruppo inizia ad uccidere i singoli cattivi e poi si scioglie, in modo tale che i membri possano strangolarsi tra loro.
Ma questo non è un film nè una storia di fantascienza: non finisce quindi con gli ultimi due cattivi che si ammazzano a vicenda, decretando la fine del mondo. Questa storia finisce con un cattivo più forte che uccide l’ultimo avversario, diventando così l’unico uomo rimasto vivo sulla Terra: nonostante ciò, quest’uomo cattivo vivrà in eterno (non si sa perchè) e un giorno poi scoprirà anche il deposito dove i buoni avevano nascosto tutte le pistole sequestrate, ma di questo ve ne parlerò un altro giorno.
Tornando a Charlton Heston, ex presidente della National Rifle Association, non ho capito un paio di cose: Un bambino curioso che prende la pistola dal comodino del padre e si spara in bocca… è un bambino buono o cattivo? Un uomo che nella notte sente qualcuno entrare in casa di nascosto e gli spara, non sapendo che suo figlio aveva dimenticato le chiavi… è un uomo buono o cattivo?
Se fosse stato vivo gli avrei raccontato questa storia e fatto qualche domanda, ma fortunatamente Charlton ha reso questo pianeta un posto leggermente migliore crepando nel 2008, purtroppo non a causa di un colpo di arma da fuoco.
Tra le persone più squallide che io abbia mai visto rientrano senza dubbio gli spettatori delle trasmissioni Mediaset: quelli di Buona Domenica, quelli del Grande Fratello, in particolare quelli di Ciao Darwin.
Non mi riferisco a coloro che le guardano in tv da casa, comunque ben lontani dall’avere la mia stima, quanto piuttosto a quelli che partecipano a queste trasmissioni come pubblico.
Oggi pomeriggio, mentre riflettevo sulla variazione di massa del propellente nei trasferimenti orbitali e sorseggiavo un succo di frutta (a pera) passeggiando per il corridoio di casa, l’immagine di un uomo mi è tornata alla mente e si piazzata davanti ai miei occhi in maniera indelebile.
E’ uno tra quelli del pubblico di Ciao Darwin: sudato, barba fatta per l’occasione, giacca beige di tre misure più grande e un sorriso falso ancor più orrendo, a mascherare la sua indole da cane arrapato.
Mentre due tr*ie sfilano nude, lui, sovrappeso, batte le mani a tempo di musica circondato da tanti altri uguali a lui, tutti disposti in file e in colonne. Insieme alle mani, segue il ritmo curvando anche le spalle e la testa, a metà tra un rapper e un dromedario.
Di tanto in tanto si volta a cercare con lo sguardo l’approvazione dei suoi simili, per il resto del tempo fissa con occhi sbarrati il culo della sua principessa, idealizzandolo perchè consapevole (almeno questo) del fatto che non potrà mai sbavarci sopra, non essendo un politico, nè tantomeno usarlo come tavolino per la birra, non essendo Hank Moody.
Non è sicuramente un uomo del sud, mi ricorda più uno di quegli operai del bergamasco o un leghista del Veneto ma, non essendo mai stato nel bergamasco nè essendomi mai avvicinato ad un leghista senza guanti, mascherina e protezioni adeguate, non posso affermarlo con certezza. Forse lavora in fabbrica tutto il giorno, mentre sua moglie arrotonda lo stipendio con filmini hard amatoriali: questo è il suo giorno libero, così ha ben pensato di organizzare una serata per soli uomini.
Intorno a lui, alcuni guardano sbalorditi e immobili quella tr*ia con lo stesso stupore con cui quotidianamente guardano tutte le tr*ie che incontrano; altri invece fanno i disinvolti, si agitano con le mani per apparire indifferenti e sorridono in maniera finta e tirata, mentre con la loro limitata fantasia già palpano un’altra tipa qualunque nel night club a metà strada verso casa.
Lui è grasso ma poco denso,
fondamentalmente è un bravo ragazzo.
Ora ancora più sudato di prima,
ha un volto più sbiadito che pallido: è sicuramente morto.
Sogno un mondo dove i gatti rincorrono i cani,
dove gli impiegati stipulano i mutui alle banche
e quando le banche sono insolventi gli pignorano gli sportelli.
Sogno un mondo dove i malati, quando si sono rotti il cazzo, si staccano la spina da soli,
un mondo dove le puttane mandano a battere i magnacci,
dove le mucche mungono gli uomini e se non fanno più latte li macellano.
Sogno un mondo dove i bambini si inculano i preti,
dove è stato abolito il premio Nobel per la pace perché non serve più.
Sogno un mondo dove le nonne non muoiono mai,
un mondo dove in prima pagina al posto della figa di turno c’è un’opera di Borges.
Sogno un mondo dove la domenica mattina, da una finestra del CERN,
si affaccia un omino che ci parla di cosa ha scoperto nell’ultima settimana,
e va in mondovisione.
Sogno un mondo senza politica, senza mafia e senza profeti.
Un mondo senza pregiudizi e senza giudizi.
Sogno un mondo senza troppe parole inutili.
Un mondo senza di voi e senza di me. Bello poter ancora sognare…