Sociologia di un tifoso di calcio #1

Stamattina mi sono alzato alle sette meno venti: una doccia veloce per svegliarmi, il solito jeans e sono sceso in tempo per il regionale diretto a Napoli delle sette e diciannove. A metà strada, in una galleria dalle parti di Salerno, leggo dal finestrino una frase sul muro. E’ scritta con una bomboletta spray di vernice nera e recita:

Forza Juve

Mi domando cosa possa significare.
Chi sia l’autore dell’aforisma è piuttosto chiaro: un tifoso della Juventus.

Non riuscendo proprio a capire quale possa essere il significato, decido di provare a dedurlo: Juve è un nome proprio, abbreviazione di Juventus, mentre Forza non è di sicuro un soggetto. Mi pare più un’esortazione, un invito ad avere forza:

Che tu abbia forza Juve

A quel punto Juve diventa un vocativo, anche se molto probabilmente l’autore non sa cosa significa “vocativo“:

Che tu abbia forza, o Juve!

Ecco, adesso va un po’ meglio. Dunque dovrebbe trattarsi di un’esortazione rivolta alla squadra Juventus ad avere la forza (per vincere le partite presumo).

Allora perchè è scritta sulla parete di una galleria in cui passano treni?
Se uno scrive un incitamento rivolto alla squadra per cui tifa, dovrebbe farlo leggere ai calciatori che ci giocano, che tuttavia non sono proprio famosi per i loro viaggi da pendolari su un treno regionale. In quell’unico caso la frase avrebbe una percentuale di utilità: se fosse scritta su uno striscione durante una partita, l’esortazione potrebbe incitare i giocatori ad impegnarsi di più nel cercare la vittoria.

Ma uno che scrive “Forza Juve” su una parete lo fa o perché è fottutamente ritardato (non è mica da escludere, visto il contesto) o perché vuole farlo leggere ai passeggeri dei treni che attraversano la galleria. In entrambi i casi l’esortazione perde tutta la sua efficacia, quindi penso che l’obiettivo non sia incitare la squadra ma comunicare ai viaggiatori che a Salerno c’è una persona che tifa per la Juve e che la invita ad essere più forte.

Molto utile anche questo, sia perché ai passeggeri del treno non gliene può fregar di meno sia perché statisticamente in ogni città ci sarà almeno un anonimo qualunque che tifa per quella stessa squadra. Anche se non lo scrive sui muri.

A ciò possiamo infine aggiungere il costo della bomboletta spray, il rischio di essere beccato dalla Polizia e, seppur minimi, i danni alla salute causati dal respirare la vernice e tutte le delizie che si possono trovare nell’aria di una galleria ferroviaria.

Tirando le somme, un individuo del genere andrebbe punito non solo per atti vandalici e imbrattamento (una scritta volgare, senza manco un minimo di tocco artistico) ma anche e soprattutto per vilipendio dell’intelligenza umana.

Se invece vuole semplicemente essere considerato un coglione, può aprire un blog e scriverlo nell’homepage. Avrebbe sicuramente più lettori di questo.

Share

Pubblicato da il 28 luglio 11 / 5 Commenti.
Argomento: Pensieri e Riflessioni

लानत पाद्री पीआईओ

Giovedì scorso ho trovato un nuovo amico.

Non conosco il suo nome però, quando si è fermato ad un metro da me per sorridermi senza motivo, immobile e con entrambe le braccia stese lungo i fianchi, ho capito che avrebbe potuto contare su di me.

Credo che abbia più o meno 40 anni, portati male. Un metro e sessanta, capelli neri e lunghi baffi, camicia hawaiana e un passaporto indecifrabile tra le mani, blu con scritte dorate in bassorilievo. Dall’aspetto e dal colore della sua carnagione ho immaginato che fosse pakistano fino a quando, indicandosi il petto con una mano, non ha cominciato a dirmi “Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India” ripetendolo per questo esatto numero di volte.

Così, dopo aver tentato invano di parlare, è rimasto in piedi di fianco a me con le mani unite, senza dire una parola. E siamo stati lì almeno 15 minuti: io fermo per i fatti miei e lui ad un metro, leggermente più indietro, a guardarmi e guardarsi intorno sorridendomi solo quando mi voltavo verso di lui. Non appena ho raccolto lo zaino per avviarmi sul treno, lui si è precipitato a prendere la sua valigia e poi, con passo svelto, mi ha raggiunto e si è messo a camminare al mio fianco. Arrivati in carrozza, sono scalato di qualche posto per arrivare al finestrino e gli ho fatto segno di via libera, lasciandogli intendere che poteva venirsi a sedere senza timore di disturbarmi.

Piedi stretti, schiena dritta e mani sulle gambe. Di tanto in tanto gli lanciavo un’occhiata ma mi scappava da ridere senza motivo. Lui invece un motivo per sorridere ce l’aveva e stava lì ad osservarsi intorno a 360°, scrutando da entrambi i lati, poi a terra e infine al soffitto. E continuava a sorridere emozionato, oscillando un pò la testa come un bambino in viaggio verso Disneyland o come me quando atterrerò al LAX.

Entrambi aspettavamo l’occasione giusta per iniziare a parlare ma, appena pronunciata la prima frase, ho capito immediatamente che non conosceva neanche una parola di italiano nè di inglese. E ovviamente lui ha iniziato a discutere nella sua lingua madre come se fossimo stati davanti ad un bar e soprattutto come se io avessi avuto almeno una vaga idea di che lingua stesse parlando. In un modo o nell’altro è riuscito a farmi capire la sua destinazione, così mi ha chiesto di avvertirlo quando sarebbe dovuto scendere. Gli ho risposto di non preoccuparsi, che me ne sarei occupato io. Poi è riuscito a dirmi che il suo cellulare era quasi scarico: dopo qualche minuto infatti, ha tirato fuori una penna e ha cominciato a scriversi alcuni numeri sulle mani, in modo da poterli chiamare anche se il telefono si fosse spento.

Gli ho fatto segno di fermarsi un secondo, ho aperto lo zaino e lui ha allungato la testa, curiosissimo di vedere cosa stessi per tirare fuori. Così ho strappato e gli ho regalato una pagina del mio libro di Tecniche di Simulazione di Volo, facendogli capire che poteva usare quella al posto delle mani per appuntarsi i numeri. Quando gli ho detto che sarebbe dovuto scendere, lui ha preso tutti i suoi bagagli e poi è rimasto lì a ringraziarmi fino a qualche secondo prima che le porte si richiudessero. Ripetendo qualcosa di indecifrabile seguita da Thank you, mi ha così insegnato che nella sua lingua Grazie si dice धन्यवाद.

Io invece non posso che sperare che all’esame di giovedì non mi venga chiesto proprio qualcosa scritto in quella pagina, che poi erano due facciate sulla parametrizzazione basata sui quaternioni di rotazione finita.

Share

Pubblicato da il 27 luglio 10 / 1 Commento.
Argomento: Esperienza, Pensieri e Riflessioni