#005 // Jack Will – Tornare nel mio tempo

Oggi è il giorno giovedì 28 ottobre, anno 2010.
Durante la notte di ieri ho camminato per tutta la città di Napoli lasciando dei piccoli manifesti all’interno di locali ed università: su ciascuno ho scritto l’annuncio che vedete qui sotto, una mia richiesta di aiuto rivolta a tutti gli abitanti della città.

Effettuare un viaggio nel tempo è un’operazione teoricamente già possibile, ma richiede un’enorme quantità di energia che attualmente l’uomo non è in grado di accumulare. Per poter riuscire nel mio intento, ho perciò bisogno di costruire un dispositivo che sia in grado di generare, contenere e gestire tale mole di energia.

Cliccando qui sotto verrete rimandati alla pagina che ho creato per chi è interessato ad aiutarmi in questo progetto o vuole semplicemente saperne di più e curiosare tra le idee proposte dagli altri:

Inoltre, man mano che passano le ore, continuano ad arrivarmi le vostre segnalazioni riguardo siti, giornali e blog che parlano di questa mia iniziativa. Ho deciso di raccoglierli tutti e ripubblicarli di seguito:

2 Novembre 2010 – Kataweb Blog

27 Ottobre 2010 – Mondoinformatico.info

28 Ottobre 2010 – CrashDown.it

29 Ottobre 2010 – Fai.informazione.it

29 Ottobre 2010 – Telefonianews.it

29 Ottobre 2010 – Bestnotizie.com

30 Ottobre 2010 – DelyMith.net

23 novembre 2010 – Giornaledelcilento.it

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Pubblicato da il 28 ottobre 10 / 2 Commenti.
Argomento: Jack Will

लानत पाद्री पीआईओ

Giovedì scorso ho trovato un nuovo amico.

Non conosco il suo nome però, quando si è fermato ad un metro da me per sorridermi senza motivo, immobile e con entrambe le braccia stese lungo i fianchi, ho capito che avrebbe potuto contare su di me.

Credo che abbia più o meno 40 anni, portati male. Un metro e sessanta, capelli neri e lunghi baffi, camicia hawaiana e un passaporto indecifrabile tra le mani, blu con scritte dorate in bassorilievo. Dall’aspetto e dal colore della sua carnagione ho immaginato che fosse pakistano fino a quando, indicandosi il petto con una mano, non ha cominciato a dirmi “Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India, Ai India” ripetendolo per questo esatto numero di volte.

Così, dopo aver tentato invano di parlare, è rimasto in piedi di fianco a me con le mani unite, senza dire una parola. E siamo stati lì almeno 15 minuti: io fermo per i fatti miei e lui ad un metro, leggermente più indietro, a guardarmi e guardarsi intorno sorridendomi solo quando mi voltavo verso di lui. Non appena ho raccolto lo zaino per avviarmi sul treno, lui si è precipitato a prendere la sua valigia e poi, con passo svelto, mi ha raggiunto e si è messo a camminare al mio fianco. Arrivati in carrozza, sono scalato di qualche posto per arrivare al finestrino e gli ho fatto segno di via libera, lasciandogli intendere che poteva venirsi a sedere senza timore di disturbarmi.

Piedi stretti, schiena dritta e mani sulle gambe. Di tanto in tanto gli lanciavo un’occhiata ma mi scappava da ridere senza motivo. Lui invece un motivo per sorridere ce l’aveva e stava lì ad osservarsi intorno a 360°, scrutando da entrambi i lati, poi a terra e infine al soffitto. E continuava a sorridere emozionato, oscillando un pò la testa come un bambino in viaggio verso Disneyland o come me quando atterrerò al LAX.

Entrambi aspettavamo l’occasione giusta per iniziare a parlare ma, appena pronunciata la prima frase, ho capito immediatamente che non conosceva neanche una parola di italiano nè di inglese. E ovviamente lui ha iniziato a discutere nella sua lingua madre come se fossimo stati davanti ad un bar e soprattutto come se io avessi avuto almeno una vaga idea di che lingua stesse parlando. In un modo o nell’altro è riuscito a farmi capire la sua destinazione, così mi ha chiesto di avvertirlo quando sarebbe dovuto scendere. Gli ho risposto di non preoccuparsi, che me ne sarei occupato io. Poi è riuscito a dirmi che il suo cellulare era quasi scarico: dopo qualche minuto infatti, ha tirato fuori una penna e ha cominciato a scriversi alcuni numeri sulle mani, in modo da poterli chiamare anche se il telefono si fosse spento.

Gli ho fatto segno di fermarsi un secondo, ho aperto lo zaino e lui ha allungato la testa, curiosissimo di vedere cosa stessi per tirare fuori. Così ho strappato e gli ho regalato una pagina del mio libro di Tecniche di Simulazione di Volo, facendogli capire che poteva usare quella al posto delle mani per appuntarsi i numeri. Quando gli ho detto che sarebbe dovuto scendere, lui ha preso tutti i suoi bagagli e poi è rimasto lì a ringraziarmi fino a qualche secondo prima che le porte si richiudessero. Ripetendo qualcosa di indecifrabile seguita da Thank you, mi ha così insegnato che nella sua lingua Grazie si dice धन्यवाद.

Io invece non posso che sperare che all’esame di giovedì non mi venga chiesto proprio qualcosa scritto in quella pagina, che poi erano due facciate sulla parametrizzazione basata sui quaternioni di rotazione finita.

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Pubblicato da il 27 luglio 10 / 1 Commento.
Argomento: Esperienza, Pensieri e Riflessioni

Parigi [13-15 Aprile 2008] – Je ne parle pas français

E’ impressionante quanto la vita sia imprevedibile, un giorno sei a casa nella più totale quotidianità e il giorno dopo ti ritrovi da un’altra parte del mondo a scherzare con persone che non avevi mai visto prima, come se fossero amici di sempre.

Ancora oggi non riesco a rendermi bene conto di quello che è successo da domenica a martedì. Sono stati tre giorni strani, perchè assolutamente lontani dall’ordinario, perchè non avrei mai potuto immaginare o prevedere quello che sarebbe successo, perchè non so come altro definirli…

E adesso mi ritrovo qui, immerso nella vita abitudinaria di sempre, a ripensare a questi 3 giorni a Parigi cercando di metterli a fuoco per capire se sono stati reali oppure solo un sogno, capire se voglio tornare alle mie abitudini o se voglio che la mia normalità diventi un’altra diversa da questa.

Sono quelle esperienze che ti cambiano, ti lasciano un pò scombussolato perchè arrivano all’improvviso, brevi e intense, e sconvolgono tutto quello che ti sei costruito nel tempo per poi scappare via, rapide come sono venute. E’ un’onda con la bassa marea che supera la riva spazzando via il tuo castello in un secondo, solo che stavolta l’onda è talmente forte che trascina via anche te insieme alla sabbia.

E’ stata una botta di vita intensa quella di Parigi. E’ incredibile come 3 giorni facciano ancora sentire a pieno il loro effetto, come un orgasmo che non accenna a svanire. E io me ne sto qui fermo a godermelo a pieno, senza fare nulla, senza parlare con nessuno, senza raccontarlo. Non sono ancora pronto a raccontarlo.

Non avevo mai visto personalmente nessuno dei miei compagni di avventura, a partire da Carole che ho incontrato all’aeroporto per decollare insieme da Napoli. In serata ho conosciuto poi tutti gli altri, guarda caso davanti a La Cigalè, il teatro dove il giorno dopo saremmo andati a vedere il concerto. E, guarda caso, proprio a quell’ora insolita si trova a passare lì davanti Fede Poggipollini, chitarrista di Ligabue, insieme a Kaveh Rastegar e Michael Urbano, rispettivamente il nuovo bassista e il nuovo batterista aggiuntisi alla banda per questo Tour europeo. Ne approfittiamo dunque per qualche foto con Fede e poche parole scambiate al volo, mentre lasciamo in disparte gli altri due sconosciuti, essendo ancora ignari del loro ruolo nel gruppo!

Altro episodio da ricordare è la chiacchierata con un buttafuori de La Cigale, con cui ho cercato di fare amicizia facendo affidamento sul mio scarso inglese. Nonostante tutto, forse perchè gli facevo pena essendo andato a Parigi solo per Ligabue, si è dimostrato molto gentile e quando gli ho chiesto qualche info sul teatro lui mi ha fatto addirittura fatto entrare per mostrarmi la disposizione del palco e della platea.

Un’ora dopo, riuniti tutti e superate le domande di rito “Di dove sei?” e “Cosa fai nella vita?“, il tempo sembrava essere avanzato in fretta e tutto d’un tratto, mangiando una baguette piena di formaggio e burro, mi sono ritrovato a ridere e scherzare in sintonia con tutti… Ed era una cosa strana, che mi faceva pensare, perchè io quei ragazzi li conoscevo da un’ora eppure ci stavo bene, senza troppi imbarazzi, sarà stato per l’argomento in comune, sarà stato per la tendenza degli italiani a stringersi tra loro all’estero, sarà stato per il karaoke italiano improvvisato con cui abbiamo cercato di far conoscere un pò il Liga ai parigini.

L’appuntamento per il giorno dopo era fissato per le 10.00 alla fermata della metro di Pigalle ma, dopo aver comprato un paio di panini, ci siamo subito diretti al teatro per assicurarci il primo posto in fila. E’ stato durante quelle 10 ore di fila che ho avuto la conferma dell’impressione avuta la sera prima: la sensazione di trovarmi in perfetta sintonia con tutto il nostro gruppo (a cui nel frattempo si erano aggiunte tre varesine) era dovuta al fatto che, alla fine delle 10 ore, sembravano passati 10 minuti.

E’ proprio vero che l’attesa è la parte migliore, nella vita conta quello che provi mentre stai rincorrendo il tuo obiettivo, non importa cosa senti quando lo raggiungi. Dico questo perchè credo che quelle 10 ore di fila siano state la parte più bella dei 3 giorni a Parigi, forse meglio del concerto in sè: prima di allora ci si conosceva troppo poco, dopo il concerto era purtroppo già ora di salutarsi… Le ore passate a fare la fila invece non hanno avuto un attimo di tregua, mai un secondo di noia come si potrebbe immaginare. Non ci si stancava mai di chiacchierare, non finivano mai gli argomenti, sia che fosse la musica o che fosse la politica, la vita parigina, i sentimenti o qualunque altra cosa.

A tutto questo si aggiungevano i momenti più intensi come le corse fino all’entrata per gli artisti sul retro e l’arrivo dei musicisti nel pomeriggio, quando saltando le transenne sono riuscito ad intercettare con un saluto, una pacca o un abbraccio tutti i ragazzi della banda. Ennesimo salto delle transenne mezz’ora più tardi quando, attirato dalle urla e dai flash, mi sono precipitato davanti all’entrata degli artisti giusto in tempo per beccare Ligabue che arrivava per il soundcheck: l’ho afferrato per le spalle, per assicurarmi che fosse vero, e gli ho chiesto “Lucià! Come stai? Tutto bene?“; lui ha salutato me e tutti gli altri per entrare e mentre gli stringevo la mano ha concluso “Ci vediamo tra poco all’interno!“.

L’amicizia coltivata la sera prima col buttafuori si è rivelata utile quando questo, posizionato all’entrata per strappare i biglietti, mi ha riconosciuto permettendoci di essere i primissimi ad entrare nel teatro all’apertura delle porte. Grazie a lui mi sono ritrovato dunque al centro davanti a tutti, con le braccia poggiate direttamente sul palco ad un metro da Ligabue. Ero talmente vicino da poter bere alla bottiglietta d’acqua di Ligabue che aveva ai suoi piedi… e l’ho fatto, portandomela poi a casa mezza vuota e sistemandola su una mensola come una reliquia! Al termine del concerto sono riuscito ad avere anche uno dei plettri con cui la banda aveva suonato, prima di precipitarmi all’esterno sul retro del teatro per aspettare che uscissero! Luciano ci è sfuggito per un pelo ma in compenso tutti i ragazzi della banda si sono fermati con noi per un sacco di tempo per foto, autografi (il bassista mi ha fatto addirittura un disegno) e una lunga chiacchierata sull’esperienza a Parigi, sulla qualità musicale del concerto, i nuovi musicisti e i progetti futuri…

Voglio rifarlo, devo rifarlo assolutamente. Chiamatemi pure tossico ma ho bisogno di sentirmi di nuovo vivo come lo sono stato per 3 giorni a Parigi. Chi mi conosce sa che non mi accontento mai, nemmeno stavolta: una, due o tre altre volte all’anno non mi bastano… voglio vivere leggero per tutta la vita. Una dose di questa droga non si paga in denaro, puoi averne quante ne vuoi: il prezzo da pagare è che devi metterti in gioco, tuffarti di testa e rischiare tutto per prenderti quello che vuoi dalla vita.

Ora dalla vita voglio prendermi una cazzo di Laurea in Ingegneria Aerospaziale, vedetela come una sfida con me stesso, come uno sfizio personale o una sete di sapere ma tirerò la corda più deciso che mai per ottenerla al più presto. Ritornando da Parigi, ho deciso di voler correre ancora più velocemente verso questo obiettivo, non per affrettare i tempi ma perchè ho già altre sfide ad attendermi, un altro obiettivo ancora più grande a cui dedicarmi.

Potrei lasciare già ora l’università per dedicarmi a quello che voglio fare nella vita, ma significherebbe saltare una tappa e perdere questa sfida in corso, che ho ancora intenzione di vincere. Non è solo per testardaggine, non solo per il fatto che non abbandono mai il campo di battaglia… non lascio l’università perchè io voglio questa laurea prima di fare qualsiasi altra cosa.

Dopo la laurea la prossima meta sarà l’arte, in particolare la musica e il cinema, ed è quello che vorrei fare “da grande” nella vita. Voglio che sulla mia carta d’identità ci sia scritto Artista di fianco ad Ingegnere, solo allora sarò soddisfatto per aver realizzato e unito le due cose che caratterizzano la mia vita: scienza e arte.

Concludendo, per questa esperienza non posso non rigraziare Carole, Andrea, Matteo, Marco, Alessia, Marta, Marisa, Sara, Cristina, Luana e Alessandra che l’hanno resa possibile!

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Pubblicato da il 1 maggio 08 / 1 Commento.
Argomento: Esperienza