Come siamo diventati i Cyborg che la fantascienza aveva previsto 50 anni fa

Dagli anni ’70 alla fine del secolo, tutti i racconti, i fumetti, i film e i videogame di fantascienza si sono concentrati sull’idea di Cyborg, la fusione tra uomo e macchina attraverso elementi artificiali e tecnologie innestate nel corpo umano, in grado di interagire attivamente con l’organismo e potenziare le sue abilità. Pensate a Blade Runner, Terminator, Johnny Mnemonic, Robocop, Iron Man fino all’ispettore Gadget. Poi abbiamo smesso di parlarne per iniziare a fantasticare su altre cose, ma non ci siamo accorti che nel frattempo siamo già diventati cyborg.

Cosa sono i pacemaker, gli apparecchi acustici e le protesi moderne se non un innesto tecnologico che potenzia le nostre abilità fisiche? C’è però un’altra tecnologia che, più di tutte, ci ha reso dei perfetti cyborg perché ci permette di potenziare i nostri sensi, memorizzare ciò che vediamo e sentiamo, comunicare a distanza con le altre persone e interagire con gli altri dispositivi muovendo semplicemente le mani o le dita. Quello che non immaginavamo era che potesse diventare anche una scatola nera personale, capace di misurare i dati biometrici del nostro corpo e della nostra mente, monitorando la nostra salute, i comportamenti e il benessere psicofisico. L’unica differenza con la fantascienza è che lo teniamo in tasca e che per utilizzarlo dobbiamo poggiarlo al nostro corpo, con il rischio che si rompa o ci venga rubato, isolandoci dal resto del mondo e complicando la nostra vita al punto da doverlo sostituire nel minor tempo possibile. C’è davvero bisogno che vi dica qual è?

Tra qualche anno, invece, ce lo faremo impiantare direttamente sotto la pelle, così da poter pagare al ristorante, accendere le luci, trasferire informazioni e aprire le porte semplicemente sfiorandole con la mano, mentre la camera sarà implementata nelle nostre lenti a contatto o direttamente nella retina, per scattare foto e registrare video letteralmente in un batter d’occhio. L’azienda californiana Mojo Vision sta per metterlo in commercio mentre Elon Musk vuole costruire un chip che potenzia la vista delle persone malate. Ancora una volta il progresso supererà la fantascienza. E con un dispositivo sotto la pelle, quanto tempo ci vorrà prima di poterlo collegare al nostro cervello, come già avviene per le protesi robotiche, e inviare i messaggi col pensiero?

È giusto o sbagliato? Non importa, non è questa la domanda da porci. Se in futuro le persone decidessero di utilizzare questa tecnologia, voi vi adeguereste? Non dovete rispondere neanche a questo, so già che mentireste, come mentivano quelli quelli che mai avrebbero rinunciato all’affidabilità del cavallo per viaggiare su un pezzo di ferro. Piuttosto, a questo punto, mi resta solo una curiosità: quante notifiche sparate nel cervello ci vogliono per far impazzire un uomo?

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